sabato, luglio 19, 2014

Acide Lacrime

Mostra fotografica di Giacomo Saviozzi



Querceto - Montecatini val di Cecina - Pisa 

Vernissage Domenica 10 Agosto 2014 ore 18,30 

La situazione contingente fa scivolare il soggetto in una dimensione remota e irraggiungibile, a cominciare dall’accentuazione estrema della finzione scenica percepita nella realtà concreta.

Sono i protagonisti dei non-luoghi di Giacomo Saviozzi, sospesi tra un sereno sentire umanistico- carnale, e l’emergenza di un dramma opprimente che dilata l’incedere temporale. Fra surrealismo, espressionismo estremo, naturalismo palpabile, piccoli films riassunti dalla loro scena saliente, dipinti da aperture di luce nel buio, da colori e dinamiche coinvolgenti, ma che “non scaldano” lo spettatore. Una virata neo-retrò, in cortocircuito con il distacco emozionale del contemporaneo, dove la proliferazione di immagini accattivanti ha come contropartita l’azzeramento fatale dell’etica, ad un silenzioso pianto che scivola su una barriera trasparente, eppure impalpabile, di sulitudine inascoltata, trasportata inesorabilmente lontano, dall’indifferenza e dall’oblio della memoria.
Resta la poesia di una performance sottilmente inquietante, costruita lungo le diagonali intersecantisi di azione scenica e vuoto interiore.

Elena Capone

venerdì, febbraio 21, 2014

lettura immagini: Antonio Perrone



Partendo dal titolo suggerito dall’autore, Antonio Perrone “ognuno per la sua strada” mi viene da pensare al distratto andare delle persone. 

Una foto street, e per street non intendo fatta in strada ma colta al volo, guardandosi intorno osservando ciò che ci circonda. Uscire con la macchina fotografia significa portarsi dietro una sorta di “registratore” d’immagini, di pensieri. 
L’esposizione lunga ha penalizzato un po il cielo dove si vedono “accenni” di nuvole e questo non è un male. Un cielo carico anche se non dominate in questo fotogramma avrebbe distolto attenzione da ciò che vuole essere il soggetto o i soggetti; due figure che in una giornata uggiosa , un inverno di periferia che camminano “ognuno per la sua strada”. 

Il titolo lo trovo abbastanza evocativo anche se leggermente una forzatura considerato l’assenza di strada, è una piazza. Ma poco importa qui si sta parlando di “strada” metaforica. Quasi di scelte esistenziali. Due persone con passi diversi, una che incede signorilmente con cappello, bastone e ombrello al braccio. L’altra più di fretta, con un mosso più accentuato che sembra voler “fuggire” dentro la porta, metafora questa d’altro. Fotografia interessante dal punto di vista evocativo penalizzata però dall’uso di un ottica corta più adatta forse ad esaltare il paesaggio circostante. Le due figure sono inserite in un contesto con molti elementi che così composti diventano di disturbo. La figura che “corre” dentro la porta tende a confondersi nel nero della finestra, poco evidente per come disposta nello spazio. La regola dei terzi vorrebbe fa cadere lo sguardo sulla fontana disposta a destra su di un terzo e di contrappunto sulla figura più nitida disposta nella piazza. Trovo che sarebbe stata una foto più interessante, con un diverso messaggio se tu ti fossi concentrato più sulla figura di sinistra, per il suo incedere, per il suo abbigliamento. Il mosso rende dinamicità ad immagine altrimenti statica e banale e riprende l’andare accennato nel titolo. Ho l’impressione però “leggendo” l’immagine che il titolo sia frutto di un’applicazione successiva perché noto una maggiore attenzione alla composizione “architettonica” e non ai due soggetti. Lavorando probabilmente sulla figura di sinistra, cercando di escludere gli elementi contemporanei, come l’auto, sarebbe stata una foto senza tempo, o meglio novecentesca. 
Il BeN non è male, ben “sviluppato” ma privo di carattere. Se il titolo fosse stato “piove” sicuramente avrebbe funzionato meno senza un cielo caratterizzato. Il titolo guida, condiziona, molto nell’osservazione di questa immagine che priva di condizionamento sarebbe scivolata nella banalità di una quotidiana scena invernale in provincia. Salvo “buttare” distrattamente lo sguardo a sinistra e accorgersi che poteva esserci altro. 

Giacomo Saviozzi


lettura immagini: Catalina Filip

Alcuni anni fa mi trovai a "leggere" una fotografia di Catalina Filip sulle pagine del forum di Micromosso



Adesso a distanza di anni leggere queste parole mi pare strano perché nel frattempo Catalina è diventata una splendida fotografa, una bravissima artista e nel parlare adesso di lei ho un ammirata reverenza.

La foto che propose è talmente lontana da cio' che adesso è che a guardarla fa tenerezza come vedere i primi passi incerti di un bambino prodigio.

Ecco ciò che scrissi allora:
La foto che mi fai vedere è strana. Non dico che non mi piaccia. La trovo strana. Ha il sapore dei "vecchi" scatti pur essendo evidente che vecchio non lo è. Uno scatto in stazione, o metro, dove le persone "corrono" , sono assorte nei loro viaggi. Partono, tornano, sono felici per il ritorno, tristi per le partenze. Questo secondo me è una stazione. Un concentrato di emozioni. Penso sia uno dei luoghi dove le persone sia amino di più. Vedi giovani coppie scambiarsi baci appassionati, tardare nell'abbraccio prima dell'addio. Persone con facce luminose che rientrano dai cari, in fretta con il cuore in gola. Se per me la stazione è questo in questa fotografia non riesco a coglierlo. E' noto che non si possono fotografare i volti in stazione, aereoporti etc. Ma anche le mani, le gambe, valige, i passi svelti, possono comunque raccontare quanto uno sguardo. In questa foto mi manca le emozioni delle persone ritratte. C'è un ammasso di siluette, cappelli, cartelli. Tante formichine indistinte. Il punto di ripresa non pare malvagio e quei due in primo piano con il cappello fanno "una bella coppia" e magari avresti potuto indugiare su di loro. Difficilmente sono criticabili scelte di stile così nette come questa. Esasperazione delle alte luci, chiusura delle ombre. Assoluta mancanza di grigi. Sembra una fotocopia. Uno stile che vagamente ricorda Roberto Cicchiné. Vagamente perché nelle sue immagini c'è si l'esasperazione ma anche la ricerca dell'essenziale e dell'armonia delle forme se pur indistinte. Qui di forme ce ne sono un po troppe per tentare la stessa operazione. 
Una cosa carina che avrei fotografato se fossi stato io in quella posizione, in quel luogo? E avessi voluto far questa scelta di stile? Io avrei fotografato il piccolo cartello sulla destra in alto, dove è indicato un "omino" che corre. Avrei utilizzato soltanto quei pochi dettagli scuri che lo circondano e su cui è montato. 

Giacomo Saviozzi

lettura immagini: Giordano Proietti


Per me la "lettura" delle fotografie altrui è sempre stata un momento di riflessione non solo sull'immagine che mi viene proposta ma in particolare sul modo di guardare, osservare la fotografia. Un modo per capire le mie immagini attraverso quelle degli altri.


Guardo con piacere questa foto di Giordano Proietti perché mi ritrovo a dover "scoprire" particolari, oggetti che la compongono. 
Osservo uno skate ( o qualcosa di simile) che con il mosso rimanda immediatamente alla "frenesia" all'idea del precario, e perché no anche all'ignoto di cio' che sta per accadere. Ci si sofferma ad osservare con una certa apprensione gli eventi: è solo? sta cadendo giù seguito dal "ragazzino"? o è soltanto "medium" del l'incedere? Il "movimento" della scalinata, quasi a chiocciola, mi ricorda l'idea "noir" di certi films d'autore. Personalmente avrei contrastato di più e avrei scelto un punto di ripresa da molto più basso. Avrei tenuto al minimo d'altezza lo stativo ( perché immagino, visto i tempi lunghi di ripresa, che ha usato il cavalletto) addirittura avrei provato a immaginarmi una ripresa raso terra. Ma cio', è cio' che avrei fatto io e poco importa. 
Il BeN da forza spesso alle immagini altre volte invece crea un certo "disorientamento". In questo caso poteva anche starci il colore, magari "lavorato" a restituire emozioni. Chiudere molto l'obiettivo per ottenere tempi di posa lunghi, secondo me, ha penalizzato la messa a fuoco rendendo fin troppo nitida la scala e il la sua "via di fuga" forse a fuoco sarebbero bastati gli scalini appena dopo la curva, che ne so la prima panchina. Un contrasto tra moto "frenetico" e "stabilita" "immobilità" dell'attesa. Nel complesso trovo la foto interessante più per un discorso "semantico" che tecnico. Le alte luci, e il punto di ripresa non rendono a mio avviso giustizia ad un "messaggio" interessante. 

Giacomo Saviozzi

Lettura immagini

Da oggi ho deciso di ridar "vita", per quanto mi sia possibile, al blog. Per iniziare intendo proporre alcune letture d'immagini pubblicate sul sito fotografico http://www.micromosso.com 

Alcuni autori nel tempo mi hanno chiesto, nelle pagine del forum del sito, di analizzare, senza peli sulla lingua le loro fotografie.

Adesso ho deciso di riproporle.

sabato, gennaio 04, 2014











Tra finzione e realtà

Scatti Tratti dalla Mostra "Appunti tra finzione e realtà"



Ogni immagine è un piccolo-grande, profondo, dinamico, racconto, che conduce lo spettatore nel non-luogo "costruito" dell'immagine, sul confine labile dove la realtà manifesta la sua finzione accentuata e paradossale, e la simulazione creativa si lascia contaminare dai limiti farraginosi del reale.

"Appunti - tra finzione e realtà" è una mostra per certi aspetti informale, ispirata dal teatro, ma anche rifuggita nella quotidianità, nella strada, nel qui e ora dell'inconsapevole vissuto carpito dal fotografo umanista Giacomo Saviozzi, scandito fra colore e b/n d'autore, dall'attimo di scambio fra buio e luce, dilatato dalla presenza umana e dall'azione, dove Giacomo Saviozzi, la cui cifra stilistica amalgama con disinvoltura la commistione tra decadenza terrena, ed elevazione spirituale, ha inseguito i "Deliri visivi", resi da una forte tensione interna, suggeriti dalla realtà stessa, e ora capitoli rocamboleschi di una mostra dal ritmo incalzante, una partitura di immagini prossime, che scivolano nello straordinario.

Elena Capone

venerdì, gennaio 03, 2014


dal set del corto  "Amore Ingenuo"

mercoledì, settembre 21, 2011

martedì, maggio 31, 2011



Enrico Pantani - Giacomo Saviozzi

ParaDossi
“La rottura provocata delle abitudini mentali...”

Semplice, vivace, scontata ed accogliente, carica di piccoli significati: è la casetta familiare ed archetipica, con tanto di giardino, con il bucato steso e profumato, ma che si rivela in realtà lo scenario fragile, la quinta fittizia delle false sicurezze e delle ipocrisie che corrodono il “nostro” tempo, nell’installazione agibile, installazione-video e video-animazione“Para-Dossi”, di Enrico Pantani-Giacomo Saviozzi con la musica ed effetti audio di Carlo Schivo.

E mentre “fuori c’è il sole, il profumo di lavanda che inebria i sensi… l’odore del sapone di Marsiglia”, e la vita vuole sembrare “semplice” ordinata e decisa, dentro di “noi” spesso c’è ben altro: un estremo, “finale” paradosso.

In un “eterno” ripetersi degli eventi, dai poli opposti di un inizio-una fine, convivono le antitesi destabilizzanti dell’esistenza: vivere o far morire, “uccidere, violentare, uccidersi, essere traditi”. Attraverso la videoproiezione in stop-motion, che aggancia il reportage all’arte contemporanea, di Giacomo Saviozzi, e la pittura provocatoria di Enrico Pantani, avviene la rottura veicolata delle abitudini mentali, proprio a partire dall’esperienza delle frizioni profonde insite nelle coordinate sociali. E la coscienza si smuove, alla ricerca di un “rimedio” (parare), alle “alture” (dossi), che ogni giorno siamo - realmente - costretti a dover superare.

Enrico Pantani
pittore, performer e musicista, laureato in Lettere, nasce a Volterra nel 1975. Residente a Pomarance (PI), per le edizioni 2008 e 2010, due dei suoi dipinti sono scelti per il manifesto del Volterrateatro di Armando Punzo e, sempre nell'ambito del Festival, espone ed interviene con mostre, performance ed happening (la più recente nello spettacolo “Hamlice”). Secondo classificato al “Premio Treccani degli Alfieri a Montichiari” (Brescia), espone in numerose personali attraverso il territorio regionale e nazionale.

Giacomo Saviozzi
fotografo professionista e autore di incisivi lavori di arte contemporanea, i video in stop-motion ed i libri fotografici, nasce a Lucca, in Toscana, nel 1975. Residente a Pomarance (PI) da oltre dieci anni, pubblica per case editrici nazionali (nel 2008 illustra il primo numero della seconda serie della rivista “Antipodi”), ed il libro fotografico “L’interrettore del buio”, edito da Morgana Edizioni, un reportage fotografico sui manicomi nazionali a trent’anni dalla legge “Basaglia”, è depositato nell’archivio del Museo Internazionale di Art Brut di Losanna.

lunedì, maggio 23, 2011

martedì, aprile 05, 2011

la pattinatrice


Stampa f.to 30x40 numerata 1/10

mercoledì, febbraio 16, 2011

lunedì, gennaio 24, 2011

Ennio Furiesi detto "Pizzi"


Nato a Volterra (PI) nel 1937, dove ancora risiede e svolge la sua attività artistica, nelle stanze dello studio d’arte allestito presso gli ambienti del ‘Chiarugi’, un tempo reparto dell’ospedale psichiatrico di Volterra (PI) e successivamente riformatorio giovanile, ora struttura in gran parte abbandonata e dalle suggestioni visionarie da terzo millennio, Ennio Furiesi, dopo il conseguimento del Diploma presso l’Istituto d’Arte della città ed un periodo di dedizione all’artigianato di alto pregio e di antichissima tradizione e all’insegnamento, riprende un rapporto personalissimo e continuativo con la pittura. Su tele e pannelli, o sulle reminiscenze di senso rappresentate da neo-lavagne didattiche o consolle da camera, fino alle acqueforti ed opere grafiche, si delinea la storia infinita ed autonoma di un “segno”, sconosciuto e anonimo, familiare e sempre esistito, reiterato e ritmico nelle cadute libere sugli ampi supporti, nella rappresentazione immediata di un incontaminato e autonomo spazio espressivo mentale.

In un dialogo sofferto fra luminosità atemporale e apparizione segnica di senso si delinea, come in un’autorivelazione cosmica e visionaria, la narrazione della metamorfosi continua di una gestualità che lascia tracce in autonomia, fra precipitati mnestici di culture remote o in soluzioni formali più ragionate, in geometrizzanti sintesi e forme in bianco e nero, che parlano alla modernità ed al contemporaneo.

Una ricerca incessante che si muove sui due assi essenziali della “pioggia di schegge” in metamorfosi continua fra astrazione e figurazione, o nelle opere più modulari e ‘blind’ rispetto alla frantumazione segnica ed ispirate direttamente all’atelier ‘Chiarugi’, che ancora rimanda i fotogrammi di ambienti vissuti sul limite del reale, dove il bianco grigiastro delle scale, le finestre alte a griglia, gli ampi soffitti, la luce transica e fievole, narrano di luoghi di sofferenza, ma dalle forti valenze umanitarie.

Nel segno reiterato e ritmico che costruisce il suo significato attraverso lo spostamento esistenziale del suo spazio o nelle presenze informi che tingono le strutture interne di finestre modulari con la forza della sublimata testimonianza di una sofferenza vissuta, sedimentata ed incancellabile, si riscopre il movimento eterno dell’animo umano, a tratti ironico, a tratti violento, di perfezione geometrizzante o di emotività immediata e istintuale, tribale e arcaica, o nordica e asettica, ma sempre nella rappresentazione spettacolare e narrante della comprensione partecipe alla più profonda e testimoniata traccia di una umana e forse ancora riscattabile, sull’altalena paradossale di una distruzione originaria “che costruisce”, ragione ultima di esistenza.


Testo di Elena Capone















giovedì, gennaio 06, 2011

sabato, gennaio 01, 2011

giovedì, dicembre 30, 2010

Cittadini in scena

E questa magia, dove il cittadino diviene insieme protagonista attore e poi spettatore, raggiunge un livello più approfondito, nella personale, speculare nell’allestimento, dove domina il bianco e nero d’autore del fotografo Giacomo Saviozzi.
“Cittadini in scena” è la mostra che, in continuità di significato, avvolge di luce neo-mistica, il laboratorio di teatro sociale di Marco Pasquinucci, che ancora coinvolge alcuni abitanti di Pomarance, e da cui esordisce lo spettacolo “Conflitti”, presentato nel 2010.
Oltre il reportage, dalle prove alle performance finali, dialoghi dal silenzio, seducono lo spettatore in una ri-costruzione percettiva potente, dove gusto retrò, naturalismo ed esistenzialismo, sono continuamente superati, nella semplicità amplificata di un secondo, sospeso nell’attimo dove il tempo trascende e modifica, ma restituisce anche il “vuoto caldo” di una visione, oltre i confini certi dell’ordinario.

Elena Capone



Cittadini in scena 2010 (oramai alla sua terza edizione) è un progetto di Teatro sociale, in cui un gruppo di cittadini per alcuni mesi, sotto la guida di accreditati professionisti (Officine Papage compagnia Teatrale), lavora in officina /laboratorio teatrale producendo uno spettacolo. Il Teatro diventa strumento e mezzo per stare insieme, socializzare, fare gruppo ma anche e sopratutto per affrontare temi importanti del vivere sociale e quotidiano; interrogarsi e fare il punto sulla propria identità, sulle proprie abitudini, sul legame con il territorio in cui si vive, con la sua storia, le sue tradizioni, abitudini e specificità. Un tentativo per risvegliare una partecipazione attiva alla vita sociale, per ritrovare una coscienza meditata partendo da qualcosa di veramente concreto e accessibile, l'analisi delle proprie modalità di vita, l'attenzione al territorio che si vive e si abita.. da quel che "siamo" insomma. Un tentativo per ri-scoprire di "far parte di" una comunità, un territorio, uno stato, un mondo, un universo,una possibilità umile e concreta per "fare cultura e arte" dal basso.

Con: Angela Ameli, Francesca Bertoli, Franca Capriotti, Nilo Cigni, Beatrice Cipriani, Martina Frosali, Adriana Funaioli, Giulio Garfagnini, Marco Gistri, Simone Guerrieri, Veronica Maiano, Sabrina Masi, David Pierella, Manuela Salvadori

Progetto e Regia: Marco Pasquinucci, MOVIMENTI: Paola Consani, SCENE: Valentina Albino, DRAMMATURGIA: Davide Tolu, Valeria Banchero, FOTOGRAFIA: Giacomo Saviozzi, MUSICHE: Giuseppe D'Amato, GRAFICA: Ilaria Pardini

giovedì, settembre 30, 2010

Non distruggiamo la storia di Nanof.
L’intervista al fotografo Giacomo Saviozzi

Seconda puntata del viaggio nella struttura dell'ex ospedale psichiatrico di Volterra. Dopo 30 anni di completo abbandono a rischio l'opera di Oreste Fernando Nannetti, conosciuto anche come NOF4 o NANOF. Alle sue incisioni si sono interessati diversi artisti e le foto dei suoi graffiti hanno trovato posto nel Museo dell'Art Brut di Losanna.
San Lazzero è un piccolo borgo situato a poche centinaia di metri dalle mura di Volterra. Si arrampica sulle pendici di un colle sulla cui sommità sorgeva il vecchio ospedale psichiatrico. Lo cerco, con lo sguardo rivolto verso l'alto, ma senza successo, gli alberi sembrano averlo inghiottito, quasi volessero proteggerlo. Non ho bisogno di fare domande, la signora che mi viene incontro, sicuramente, è abituata a scene simili: subito mi indica come raggiungere i padiglioni dell'ex manicomio. Mi addentro nel boschetto e inaspettatamente scopro che la zona non è deserta: sul mio cammino trovo persone che corrono, altre passeggiano col proprio cane. Tutti mi salutano, ma con voce appena udibile, quasi avessero timore di rompere il silenzio che ci circonda.

Gli alberi si aprono e svelano alla vista i tre edifici storici, il Ferri, il Maragliano e lo Charcot. Lunghi corridoi ingombri di vecchi mobili ammassati, pavimenti ricoperti di calcinacci che scricchiolano ad ogni passo, stanzoni vuoti e illuminati solo a tratti dalla luce che filtra tra le inferriate delle alte finestre. L'atmosfera buia e polverosa mette ansia, devo confessare a me stesso di voler fuggire. "SOLITUDINE", "PAURA", "DEPRESSIONE", "RABBIA": altri hanno visitato questi luoghi prima di me e hanno lasciato queste parole scritte a grandi lettere sui muri. Sembrano volermi ricordare cosa è stato questo luogo: un ricovero per malati psichiatrici. Memore di racconti letti e documentari visti in passato, cerco di immaginare queste stanze di nuovo popolate: esseri umani sradicati dai propri luoghi e dai propri affetti, rinchiusi e isolati dal resto del mondo, nascosti alla vista, sottoposti anche a torture, perché matti, psicopatici e folli, o forse solo perché considerati tali. Storie di vite cancellate, le cui uniche memorie rimangono in cartelle cliniche segretate.

Esco dal Ferri, il più imponente dei tre edifici, e la tensione scende, placata dalla quiete che regna nell'ampio giardino. Due anziani signori chiacchierano seduti su una delle panchine di pietra. Mi raccontano che vengono spesso a passare i loro pomeriggi qui, cercando rifugio dai rumori della città. Come tutti i volterrani, sono legati a questo posto e si dicono dispiaciuti che il complesso sia stato abbandonato al suo destino di decadenza. Chiedo loro indicazioni su dove cercare il motivo che mi ha realmente spinto a intraprendere il mio viaggio a Volterra.

Focalizzo meglio lo sguardo e finalmente realizzo cosa ho di fronte: un vero e proprio libro, inciso nell'intonaco. Resto senza fiato, è un'opera immensa, lunga 180 metri per un'altezza media 160 centimetri. Qualcuno l'ha definita un passatempo di un povero pazzo, un modo come un altro che uno dei pazienti ha trovato per trascorrere le sue giornate nella struttura. Si chiamava Oreste Fernando Nannetti, conosciuto anche come NOF4 o NANOF. Nato nel 1927 a Roma, da Concetta Nannetti e padre ignoto, trascorse l'infanzia in un istituto di carità per poi passare in una struttura per minorati psichiatrici. Nel 1948 fu incolpato di oltraggio a pubblico ufficiale, ma venne prosciolto per infermità mentale. Nel 1958 lasciò l'ospedale Santa Maria della Pietà, per arrivare a Volterra, dove rimase rinchiuso per diversi anni, prima nel padiglione Ferri, il vecchio reparto giudiziario, poi nello Charcot. Impiegò dodici lunghi anni per incidere, usando solo la fibbia della sua divisa, questa immensa opera che a guardarla fa pensare più alla mano di un'artista che a quella di un malato e che restituisce un'immagine di NOF4 molto diversa da quella che avremmo potuto leggere sulla cartella clinica del suo alter ego. Quello che ci lascia sono pagine di disegni e poesie, realizzate da un artista che vuole comunicare, lasciare un messaggio in grado di rompere le mura della sua clausura. Nannetti pagina dopo pagina racconta non solo se stesso, ma anche la vita all'interno del manicomio, quando, ad esempio, disegna quello che lui chiama un grafico metrico mobile per descrivere la mortalità all'interno dell'ospedale: "10% per radiazioni magnetiche teletrasmesse 40% per malattie varie trasmesse o provocate 50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi".

L'unità di stile, gli artifici retorici che utilizza e la sua poetica sono tali per cui, oggi, Nannetti continua a vivere recuperando parte della dignità che forse gli era stata tolta negli ospedali psichiatrici. Alla sua opera si sono interessati diversi artisti, anche di fama internazionale, da Mino Trafeli, a Ugo Nespolo, a Simone Cristicchi, tanto che oggi è annoverato tra gli incisori, quelli veri, al punto che le foto dei suoi graffiti hanno trovato posto nel Museo dell'Art Brut di Losanna. Convinto del valore artistico di NOF4 e della necessità di una valorizzazione della sua figura, è forse più degli altri, Giacomo Saviozzi, fotografo lucchese, che ha voluto dedicare al «Santo della cellula fotoelettrica», Nannetti Oreste Fernando, un dvd, «Deliri visivi» realizzato in collaborazione con il giornalista Marco Marsili. Lo abbiamo intervistato.


Quali sono i lavori che ha realizzato ispirandosi a NOF?

Ho realizzato due lavori sugli ex ospedali psichiatrici. Il primo è un libro, "L'interruttore nel buio", un reportage fotografico che copre tutta l'Italia, da Aversa a Torino, passando anche per Volterra. L'altro è un dvd, interamente dedicato a Nannetti. È stato presentato in anteprima a Volterra l'anno scorso, ma in realtà è ancora un work in progress e prenderà forma prossimamente, grazie anche alla collaborazione con il museo di Art Brut di Losanna. Si intitolerà «Nannettaicus Meccanicus Santo della cellula fotoelettrica» che non è altro poi che una citazione di ciò che ha scritto di sé sul muro

Come nasce il suo interesse per gli ospedali psichiatrici?

Sono lucchese di nascita, e a Lucca il manicomio rimaneva molto distante dalla città, sia fisicamente che psicologicamente, era un'entità abbastanza astratta, concretizzatisi solo grazie agli scritti di Mario Tobino, che ha lavorato al suo interno ma che ha avuto maggior fama come scrittore che come psichiatra. Quando mi sono trasferito a Volterra, ho fatto un po' come tutti i volterrani, ho vissuto il manicomio come un luogo per una passeggiata al fresco; ne sono rimasto "inorridito", in certi punti non è una vera e propria attrazione. Mi sono detto, questo potrebbe essere una storia da raccontare. Da qui nasce il libro «L'interruttore nel buio», in cui con le immagini, ho cercato di spiegare come si poteva vivere all'interno degli ospedali psichiatrici e ciò che ne è rimasto. Venendo a Volterra, ho conosciuto naturalmente, ancora prima del manicomio, Nannetti; mi sono subito interessato a lui, ho cercato di conoscerlo parlando con altri che prima di me l'avevano scoperto, Mino Trafeli per primo.

Genio o follia? Che idea si è fatto di Nannetti?

Da appassionato d'arte, ho pensato subito più all'opera di un artista che a un passatempo di un folle. Ho cercato di capire che cosa volesse comunicare su questo muro che per tanti, come per me è un vero e proprio libro, che ha un impianto: Nannetti tende a costruire delle pagine all'interno delle quali scrivere. Il graffito ha questa forma uniforme ed ha una particolarità: quando arriva in fondo alle pagine, va a capo invertendo le lettere, anziché da sinistra verso destra le lettere sono scritte da destra verso sinistra. Gioca non solo con la grafica, ma anche con le parole in forma poetica, perché «fischio fischietto ferroviere» o «moro spinaceo castano, alto 1,65 secco bocca stretta fratellastro», due modi con cui egli stesso utilizza per descriversi, sono delle costruzioni che difficilmente fanno pensare ad un analfabetismo.

Ci racconta un po' meglio come ha analizzato il personaggio nei suoi «deliri visivi»?

Nel dvd ho cercato di mettere in relazione Nannetti con quattro personaggi immaginari: una bambina, un poeta, un artista e poi una sorta di alter ego, il collegamento con la follia, l'ultimo ospite che torna all'interno del Ferri e pulisce l'interno e l'esterno del padiglione con ciò che trova, con i piedi, con uno specchietto. La bambina con la sua innocenza è quella che lega Nannetti e gli artisti in genere con la follia; il poeta perché la sua è una forma di poesia; l'artista perché d'arte si parla; e infine ahimè, o meglio ahi lui, il folle perché così è stato inquadrato, così ha trascorso gli anni della sua vita da internato. Ho provato a fare questo esperimento visivo, che io chiamo «deliri» perché cerco di accostarmi a quello che è il suo modo di vedere, di vivere quello spazio. Mi raccontavano che era una persona che stava in silenzio, non comunicava con nessuno e continuava tutto il giorno con la sua fibbia a incidere questo muro. C'è quella panchina, dove si sedevano sempre dei pazienti catatonici: si dice che addirittura continuasse a incidere nonostante le persone fossero sedute, girava intorno alle loro teste. Agiva con metodo insomma. Quando si fa una cosa del genere per anni, per 180 metri, consumando fibbie e tempo, al di là del fatto di averne forse anche troppo di tempo da consumare, per me si sta creando un'opera d'arte. Ha costruito un suo stile e un suo linguaggio specifici, il muro di Nannetti è a tutti gli effetti un'opera d'arte. Che poi la si collochi nella cosiddetta Art Brut, questo sta ai critici o a chi vuole dargli questa connotazione. Mi è capitato di leggere un libro di testo sulle incisioni del 900, in cui il critico pisano Nicola Miceli, gli ha dedicato quattro pagine come incisore del 900, l'ha riconosciuto a tutti gli effetti un artista, non da relegare nell'Art Brut.

Questa è un'immagine di Nannetti, che si è costruito basandosi sulla sua opera artistica. Ha avuto modo di parlare con qualcuno che lavorava all'interno della struttura e che ha conosciuto personalmente l'uomo Nannetti? Quanto si somigliano le due figure?

Mi sono fatto un'idea personale e mi sono immaginato una persona che vive reclusa sostanzialmente da sempre, anche da ragazzino, prima negli orfanotrofi e poi negli ospedali psichiatrici. Una persona che a mio avviso cerca un contatto con l'esterno. Questo lato del suo essere lo ritroviamo più volte sul muro ma anche in cartoline mai spedite. Attraverso quel muro tiene i contatti con la famiglia, vera o presunta che sia. Descrive i tratti somatici dei suoi parenti come se appartenessero a una tribù: tutti alti, mori, con il naso a Y, continua a chiedere e a mandare loro notizie, che paiono strane ma che sono vere, con un suo sistema telepatico. Una persona estremamente sola che però sentiva l'esigenza fortissima di comunicare con l'esterno.
Per quanto riguarda il Nannetti uomo, non conosciamo né le diagnosi, né le cure a cui era sottoposto, non sappiamo di preciso perché fosse stato rinchiuso lì. Sappiamo della condanna per oltraggio a pubblico ufficiale, che avrebbe dovuto scontare dopo due anni. Ma di anni a Volterra ne ha passati 12. Invece, su ciò che accadeva all'interno ho avuto modo di vedere un 8 mm senza tagli, girato da un infermiere di Volterra: scene a dir poco agghiaccianti, episodi di sodomia tra pazienti, ho visto persone nude, strette negli angoli tra la sporcizia, raccattare le cicche in terra e furmarle, uno sottoposto ad elettroshock che si spezza le costole per le convulsioni. Avevo già visto film e documentari, ma non erano niente in confronto a questo. Nannetti ha vissuto in un simile contesto e realizzare in queste condizioni un'opera come la sua, al di là del valore artistico, è storia. È un modo di comunicare: "Vivo qui, ma nonostante ciò esisto ancora. In un posto dove entri e non hai più nessun diritto, vi faccio sapere che ci sono, ma ve lo faccio sapere per sempre, questo muro deve cascare perché il mio grido sia cancellato."

E anche quando questo muro dovesse cadere, Nannetti continuerà a far sapere al mondo che esiste, grazie agli artisti che faranno conoscere la sua opera; lui l'aveva capito.

mercoledì, settembre 29, 2010