venerdì, marzo 26, 2010

Intervista a Giacomo Saviozzi

martedì, marzo 16, 2010



Un giorno il signor Lopez decise di riporre nei cassetti i ricordi

lunedì, marzo 15, 2010

Il volo



Il volo è come il vento che ti spettina,
una corsa sfrenata nei campi,
il sorriso di un bambino.
Il volo è un sogno di cui al mattino non ti ricordi nulla.

A mia figlia Diletta

lunedì, marzo 08, 2010

Alberobello


I santi Cosma e Damiano vengono celebrati ogni anno con una festa che dura cinque giorni. Inizialmente, nel diciassettesimo secolo, il conte locale conservava e venerava un quadro dei due santi che, tutti gli anni il 27 settembre, veniva portato in giro per il paese durante la processione religiosa. Nel 1782 venne fatta una statua di San Cosma la quale, mentre entrava in paese, operò il suo primo miracolo: una forte pioggia dopo un lungo periodo di siccità. Due anni più tardi i fedeli fecero la statua di San Damiano e le due statue presero il posto del quadro nella processione.

Da allora, la cerimonia religiosa si è tenuta ogni anno: messe, una processione il 27 mattina, un'altra processione di gala il 28 sera, con le autorità e i rappresentanti dalle città vicine e incontri con i fedeli venuti dall'estero.

Fra gli avvenimenti non religiosi ci sono diversi concerti con gruppi musicali e uno spettacolo di fuochi artificiali.






















I Misteri di Campobasso

A Campobasso sono conosciuti col nome di "MISTERI" che un tempo si allestivano e si disfacevano anno per anno, variando di forme e di costumi, con il patrocinio di congregazioni religiose laiche che sostenevano le spese di allestimento. Il giorno dell’uscita dei misteri coincideva con il Corpus Domini la maggiore festa della cristianità istituita da papa Urbano IV nel 1264.

Le rappresentazioni avvenivano su palchi fissi o mobili con scenografie elementari, i copioni erano in linguaggio popolare e gli argomenti rispettavano la vita e la fantasia delle platee di fedeli a cui si rivolgevano.

A Campobasso come descrive Michelangelo Ziccardi e Luigi Alberto Trotta non troviamo immagini dialogate ma "QUADRI VIVENTI" muti che rappresentavano i momenti di vita della chiesa, in posizioni statiche e senza dialoghi. Una sorta di CULTURA DELLA VISIONE dove l’immagine diventa rappresentazione del vero, attimo di cronaca, ma soprattutto comunicazione biunivoca tra quadro vivente ed osservatore.

La parola non serve per comunicare l’avvenimento, basta la staticità del personaggio a comunicare al fruitore i sentimenti e il "pathos" dell’avvenimento e a sua volta l’osservatore comunica la sua emotività, il suo "attimo fuggente" ai personaggi che fanno parte del quadro vivente creando un dialogo fatto di gesti e di sguardi.




































sabato, marzo 06, 2010

E' tanto che non scrivo sul mio Blog.
Un po' per pigrizia un po' perchè a volte la vita travolge e ti manca il fiato anche per scrivere. Ricomincio con questo.






Sono riva di un fiume in piena
Senza fine mi copri e scopri
Come fossi un’altalena
Dondolando sui miei fianchi
Bianchi e stanchi, come te - che insegui me.
Scivolando tra i miei passi
Sono sassi dentro te – dentro me
Se non sei tu a muoverli
Come fossi niente
Come fossi acqua dentro acqua

Senza peso, senza fiato, senza affanno
Mi travolge e mi sconvolgi
Poi mi asciughi e scappi via
Tu ritorni poi mi bagni
E mi riasciughi e torni mia
Senza peso e senza fiato
Non son riva senza te

Tell me now
Tell me how am I supposed to live without you
Want you please tell me now
Tell me how am I supposed to live without you

Se brillando in silenzio resti accesa dentro me
Se bruciando e non morendo tu rivampi e accendi me
Stop burning me!
Dentro esplodi e fuori bruci
E ti consumi e scappi via
Stop burning me!

Mi annerisci e ti rilassi e mi consumi e torni mia
Stop burning me!
(Get out
Of my head
Get out
Of my head
Get out
Of my head
Get out
Of my head! Aaahhh)
Want you please tell me now
Tell me how am I supposed to live without you
No, please, don’t tell me now (touch me)
Tell me how am I supposed to live without you
No
Please
Don’t

martedì, dicembre 08, 2009


Volterra

Logge Palazzo Pretorio

dal 20 al 31 dicembre 2009

tutti i giorni orario 16-20

Vernisage domenica 20 dicembre ore 16

Priezione del video

Nannetticus Meccanicus Santo della cellula fotoelettrica
di Giacomo Saviozzi



Comune di Volterra

Mirabilarte

G.I.A.N Gruppo fotografico


presentano


Il Pittore Endza Babakhanyan ( www.endza.com) e il Fotografo Giacomo Saviozzi.

(http://andy-capp.bospot.com)


Endza Babakhanyan, nasce nel 1968 a Etchmiadzin, in Armenia. Giacomo Saviozzi nasce a Lucca nel 1975. Espongono in una mostra dove i colori vividi e il Bianco e Nero si mescolano.

Le figure umane di Endza Babakhanyan che ricordano i personaggi di Modì, tele dall’intensa cromaticità dove la cultura della sua terra l’Armenia, dei luoghi che ha vissuto e visitato, come la Giordania, Istraele, Italia, si fondono per ridare mondi fantastici ma allo stesso tempo malinconici che hanno caratterizzato la sofferenza e la povertà vissute da bambino,

il Bianco e Nero, forte, intenso, graffiante di Giacomo Saviozzi, s’incontrano tra scambio di culture, d’idee, mondi e generazioni, paesi e religioni.

Due modi di fare “arte” che dialogano tra loro alla ricerca di un filo conduttore: la “follia”, “L’altro”.

Scavano all’interno dell’essere umano alla ricerca del perché delle cose. Ecco così che le figure colorate e vivide dei “Vecchi bevitori sconosciuti”, dei ritratti dei genitori, ragazze dello sguardo impenetrabile si incontrano con “l’Ultimo ospite”, con la “Bambina” che “abitano” i luoghi dell’emarginazione.

Colori che s’incontrano per un alchimia di riflessione con le figure dai forti contrasti, dei luoghi oscuri della mente umana.


Nannetticus Meccanicus Santo della cellula fotoelettrica

La prima volta che vidi l’opera di Nannetti Oreste Fernando (N.O.F.4) pensai allo stravagante “passatempo” di un malato di mente. Perché così mi fu presentato il graffito.

Mentre guardavo quei muri screpolati che piano scompaiono aggrediti dall’incuria e dal tempo m’accorsi che non era così, che sopra, inciso con la sola fibbia del panciotto della divisa da “matto” c’èra scritto un libro. Un libro lungo quasi 180 metri e alto mediamente 160cm.

Nannetti aveva inciso delle pagine rettangolari dove scriveva di se: “Nannettaicus meccanicus santo della cellula fotoelettrica” oppure si descriveva in modo perentorio: “Moro spinaceo castano, alto 1,65 secco bocca stretta fratellastro” un linguaggio ibrido, tra il burocratese e il segnaletico da schedario. “Sfogliando” le pagine del suo libro, costruito con un linguaggio fatto di simboli, icone, inventando un codice complesso a volerlo decifrare con una metodologia rigorosa ma così chiaro, rivelatorio se affrontato empaticamente, a pelle, ci accorgiamo che non siamo di fronte soltanto a un malato isolato dalla società, confinato. Ci troviamo piuttosto di fronte un incisore, un artista, che attraverso la sua “partitura” ha ripercorso la storia del linguaggio umano, del segno generativo, della struttura sintattica e l’elaborazione concettuale. Il graffito sembra rispondere a una progettualità precisa, interattiva, protraibile .

Leggendo “il grafico metrico della mortalità ospedaliera” inciso con forza sul muro si legge che il 50% dei decessi dentro quelle mura è: “ per odii e rancori personali provocati o trasmessi” si è così catapultati dalla dimensione onirica e fantastica di “onde gamma, alimentazione a raggi magnetici” e di notizie “ che paiono strane ma che sono vere” alla voglia di comunicare che ha guidato per 12 anni la mano di un poeta, di un artista di un uomo negato.

Il Dvd nato da un idea condivisa con Marco Marsili vuole essere un operazione artistica dove mettere in relazione con l’uso della fotografia i “deliri visivi” quattro personaggi che vogliono essere l’alterego dell’ “artista incisore” Nannetti Oreste Ferdinando.

Giacomo Saviozzi